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FITZCARRALDO

Titolo Originale: FITZCARRALDO

Regia: Werner Herzog

Interpreti: Miguel Angel Fuentes, José Lewgoy, Claudia Cardinale, Klaus Kinski

Durata: h 2.38

Nazionalità:  Germania 1982

Genere: avventura

Al cinema nel Giugno 1982

 

TRAMA

Siamo in Amazzonia, a cavallo fra '800 e '900. Brian Sweeny Fitzgerald (che si fa chiamare "Fitzcarraldo" perché i nativi del luogo non sanno pronunciare il suo cognome) ha un grande sogno: costruire un grande Teatro dell'Opera a Iquitos, piccolo villaggio amazzonico ove vive, per farvi esibire i più grandi nomi della lirica, uno su tutti il famoso cantante Enrico Caruso, che vede cantare nel teatro dell'opera di Manaus.

Ma un'impresa del genere non viene appoggiata da alcun finanziatore locale, così Fitzcarraldo dovrà compiere una grande impresa per guadagnare abbastanza da poter rendere reale il suo sogno. Compra infatti un lotto di terra amazzonica molto ricco in caucciù ma impossibile da raggiungere, decidendo che per arrivarci farà passare la sua nave oltre una collina.

L'impresa sarà epica, e d'altronde nulla può fermare un sognatore.

Fonte: MyMovies

TRAILER

 

RECENSIONE

Premiato a Cannes nel maggio scorso per la migliore regia, Fitzcarraldo si raccomanda soprattutto ai ragazzi e a quanti conservano il gusto dell'avventura. Racconta infatti d'un irlandese intraprendente e megalomane che ai primi del Novecento vuole impiantare un teatro d'opera in una cittadina del Perù, e per procurarsi il denaro necessario progetta lo sfruttamento d'una zona inaccessibile. Brian Sweeney Fitzgerald, detto appunto Fitzcarraldo, ha due grandi passioni: il melodramma e le imprese che il buon senso fa giudicare irrealizzabili. Non è riuscito a costruire una ferrovia attraverso le Ande, ma ora coltiva il sogno di portare a Iquitos, ai margini della foresta vergine, il suo adorato Caruso. Dunque ottiene un prestito dalla propria amante, tenutaria d'un bordello, e compra un vecchio vapore. La sua intenzione è di raggiungere una parte della foresta amazzonica non ancora sfruttata dai bianchi, di impiantarvi un'azienda per la raccolta del caucciù e di arricchire quanto basta per costruire il teatro. Gli altri mercanti lo prendono per matto, giacché nessuno è mai riuscito a superare le rapide del fiume che costeggia quella zona, ma Fitzcarraldo ha un piano: risalire un fiume che corre quasi parallelo e a un certo punto varcare la montagna che divide i due corsi d'acqua. Che è appunto il piano d'un matto, perché non si capisce come un battello possa arrampicarsi sui monti. Bene, la cosa si fa.
Arruolato un equipaggio che nel momento buono lo abbandona, e vinta l'ostilità degli indios i quali invece di tagliargli la testa lo scambiano per il portavoce d'una divinità attesa da secoli, questo nuovo Leonardo da Vinci tanto traffica con corde, carrucole e dinamite da mettere all'opera gli indigeni e raggiungere il traguardo. Dunque ha vinto? Niente affatto, perché dopo la gran sudata gli indios gli mandano a sbattere il vapore contro gli scogli per verificare se davvero abbia un'anima divina, e quindi gli impediscono di impadronirsi della foresta che voleva sfruttare. Ma rivendendo la carcassa del battello Fitzcarraldo una soddisfazione se la leva: di invitare a bordo Enrico Caruso, perché canti I Puritani e lo mandi in estasi.
Pensato come il ritratto di un “ eroe dell'inutile ” che corre qualsiasi rischio pur di affermare la supremazia dell'arte in un mondo di barbari e di speculatori, il film è stato realizzato fra mille difficoltà, come hanno ampiamente riferito i giornali, e ha perciò in se stesso la propria morale, ma non è in linea col proverbiale rigore stilistico e il cipiglio ideologico dell'autore di Aguirre, di Kaspar Hauser, di Stroszek, di Woyzeck e del remake di Nosferatu. Nonostante gli sforzi compiuti dal febbricitante e fanatico Klaus Kinski per fare del protagonista un gigante dell'assurdo (e c'è anche una simpatica parte per Claudia Cardinale, che la regge con grande freschezza), il motivo portante è infatti la peripezia, quale può essere intesa da un documentarista che vi legge la sfida di un viaggiatore immaginifico contro la banalità dei sedentari e l'ottusità di chi in quest'epoca materialistica disprezza il valore dell'utopia. Entro questi limiti Werner Herzog si muove da gran signore dello schermo. Ricrea l'epoca e l'ambiente con molto gusto del colore locale, sfrutta il fascino selvaggio dei luoghi con calda intelligenza visiva e ha invenzioni degne d'applauso. Pensiamo a come Fitzcarraldo fa tacere il minaccioso tam-tam dei tagliatori di teste indirizzando verso la giungla la voce di Caruso trasmessa dal grammofono e a come muove le masse degli indios, convinti quanto lui che l'unica realtà della vita sono i sogni.
Sebbene qua e là si disperda in scenette di genere, manchi di approfondimento psicologico e la progressione drammatica lasci a desiderare, il film ha insomma un'apprezzabile prestanza spettacolare. Senza poter competere con i precedenti di Herzog, ha dimensioni e ambizioni così generose e brani musicali così belli da non potergli negare la riconoscenza dovuta a chi ci solleva dalle mediocrità quotidiane.

Autore: Giovanni Grazzini

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